Dove sto andando? Tra l’illusione del mondo e la realtà dell’Eterno
A volte, proprio mentre pensi di sapere esattamente dove stai andando, riaffiora quella domanda che sembra quasi un rimprovero rivolto a te stesso:
«Ma io, dove sto andando? Che cosa sto facendo? Sto forse perdendo il mio tempo?»
È una domanda che nasce anche dal peso di una società profondamente materialista, che ha progressivamente smarrito la dimensione spirituale dell’esistenza e ci ha abituati a misurare il valore di ogni nostra azione attraverso un risultato concreto, visibile, possibilmente quantificabile. E così, quando ciò che fai non produce un ritorno materiale immediato, cominci quasi inevitabilmente a dubitare del valore del tuo stesso cammino. Poi, però, torni a pensare ad Allah. A quel Dio che esiste, che è presente, che ascolta, che vede, che conosce, che può ogni cosa.
A quel Dio che ti ha fatto una promessa il cui valore non può essere misurato con gli strumenti di questa vita, né compreso attraverso una concezione esclusivamente materiale dell’esistenza. Ed è proprio allora che comprendi una cosa straordinaria: non stai camminando verso qualcosa di astratto, ma verso la realtà più autentica che esista: il tuo Creatore.
E paradossalmente, è proprio quella società che considera la spiritualità qualcosa di astratto a vivere dentro una delle astrazioni più profonde: quella che pretende di ridurre l’immensa complessità dell’essere umano alla sua capacità di produrre, possedere, consumare e generare capitale. Una società che riconosce e celebra le qualità dell’uomo nella misura in cui queste possono essere messe al servizio del profitto, ma che finisce per considerare retrograde, inutili e talvolta persino pericolose quelle stesse qualità quando vengono rivolte alla cura dell’anima, alla ricerca del significato dell’esistenza e all’elevazione spirituale. Come se fosse concreto soltanto ciò che si può possedere, e astratto tutto ciò che può dare un senso al possesso stesso. Ma l’essere umano non è soltanto materia. Non è soltanto ciò che produce, ciò che guadagna o ciò che riesce a mostrare agli altri. Esiste in lui una dimensione che nessuna ricchezza può esaurire, nessun riconoscimento sociale può soddisfare pienamente e nessun successo materiale può sostituire. È la dimensione dell’anima. Quella che trova il proprio orientamento non nell’accumulo, ma nell’avvicinamento ad Allah.
E allora quella domanda, «Dove sto andando?», acquista finalmente un significato diverso. Perché forse il vero rischio non è quello di dedicare la propria vita a qualcosa di cui non si vedono immediatamente i frutti. Il vero rischio è trascorrere un’intera esistenza a rincorrere ciò che è destinato a finire, dimenticando Colui verso il quale, inevitabilmente, siamo tutti diretti e quel che non ha fine presso di lui(il paradiso). E forse è proprio questa la più grande libertà: sapere che il valore del proprio cammino non dipende esclusivamente da ciò che il mondo riesce a vedere, ma anche da ciò che Allah conosce. Perché non tutto ciò che ha valore si vede. E non tutto ciò che si vede ha davvero valore.

